L’arte del Kintsugi risale alla fine del 15° secolo, e nacque, secondo la leggenda, da un tentativo mal riuscito di riparazione di una ceramica: lo shogun Ashikaga Yoshimasa aveva mandato in Cina una ciotola da tè danneggiata, la sua preferita, per la farla aggiustare. Riparata con antiestetici punti metallici, fu poi nuovamente risistemata da artigiani giapponesi, che inventarono il kintsugi, un’arte poi talmente apprezzata che indusse, pare, alcuni collezionisti a rompere di proposito delle ceramiche di valore, per poterle “personalizzare” con crepe d’oro. Il Kintsugi si avvale di tre tecniche: mentre gli oggetti vengono sempre riparati con lacca mescolata a polvere d’oro (o argento o platino), i cocci possono essere semplicemente ricongiunti nella loro posizione, oppure si possono utilizzare pezzi di forma simile appartenenti a un altro oggetto. Quando invece nessun frammento adatto è disponibile, la parte mancante viene interamente sostituita da un pezzo di oro e lacca

Quando le cicatrici diventano preziose

Con questa tecnica si creano vere e proprie opere d’arte, sempre diverse, ognuna con la propria trama da raccontare, ognuna con la propria bellezza, grazie all’unicità delle crepe che si creano quando l’oggetto si rompe, come fossero le ferite che lasciano tracce diverse su ognuno di noi. Il kintsugi suggerisce paralleli suggestivi. Non si deve buttare ciò che si rompe. La rottura di un oggetto non ne rappresenta più la fine. Le sue fratture diventano trame preziose. Si deve tentare di recuperare, e nel farlo ci si guadagna. È l’essenza della resilienza. Nella vita di ognuno di noi, forse, si deve cercare il modo di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di crescere attraverso le proprie esperienze dolorose, di valorizzarle, esibirle e convincersi che sono proprio queste che rendono ogni persona unica, preziosa.

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